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La
Sindrome da Anticorpi Antifosfolipidi
- Incontro
Gruppo LES 14 maggio 2005
- Professor
Pierluigi Meroni
- Unità di Allergologia,
Immunologia Clinica & Reumatologia
- IRCCS
Istituto Auxologico Italiano
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-
- La
Sindrome da anticorpi antifosfolipidi (APS) è una
malattia autoimmune sistemica presente
- in
modo consistente tra i pazienti con LES e la sua
diagnosi comporta atteggiamenti di prevenzione
- e
misure terapeutiche particolari.
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La
storia degli anticorpi antifosfolipidi risale agli
anni ’40-’50 ed inizia con il vecchio test usato
- per
la diagnosi della lue, ossia la VDRL. Questo test in
realtà non è specifico per la lue e individua
anticorpi diretti contro fosfolipidi che compaiono
durante l’infezione luetica. Prima che venissero
- messi
a punto esami più specifici, la VDRL era utilizzata
come esame di screening per individuare
- malattie
sessualmente trasmesse. Spesso si avevano risultati
falsamente positivi, in persone cioè
- che
avevano gli anticorpi ma non la sifilide. Ci si
accorse inoltre che un certo numero di soggetti,
- positivo
al test ma senza lue, nel corso del tempo sviluppava
malattie autoimmuni o altri autoanticorpi.
-
Più
o meno nello stesso periodo fu individuata
un’anomalia della coagulazione in pazienti con il
lupus. Il plasma di questi pazienti, se messo in
provette destinate allo studio della coagulazione, ne
determinava, in modo del tutto inatteso, un
prolungamento, come se si trattasse di plasma di
emofilici. Fu successivamente dimostrato che il
fenomeno era dovuto alla presenza di anticorpi
apparentemente diretti contro fosfolipidi e simili a
quelli riscontrati nelle VDRL falsamente positive. Il
test venne quindi chiamato Lupus Anticoagulant (LA),
ma in realtà, come vedremo in seguito, non è
limitato al solo lupus e si associa a trombosi e non a
manifestazioni emorragiche.
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Intorno
agli anni ’80 fu poi notato che pazienti con
trombosi recidivanti, aborti ripetuti oppure
gravidanze complicate da gestosi ed in assenza di
cause apparenti, erano positivi per il LA e
manifestavano anche una reattività per la VDRL.
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Nell’83,
grazie al dottor Hughes, si identificò la popolazione
di pazienti con questa “nuova” patologia e
positività per il LA: pazienti giovani, con ictus,
aborti o gravidanze difficili, qualche volta
disastrose, che mettevano in pericolo la loro stessa
vita. La loro individuazione con il test del Lupus
Anticoagulant era tuttavia laboriosa, dal momento che
l’esame non era semplice e era ad alto rischio di
errori. L’idea che seguì, concretizzata grazie a
Nigel Harris ed Aziz
Gharavi,
fu quella di realizzare un esame più semplice tramite
il quale fosse possibile individuare questi anticorpi
senza necessariamente eseguire dei complicati test
della coagulazione. Il nuovo test, simile a quelli
usati per altri autoanticorpi, come ANA, anti-ENA ecc,
permetteva di esaminare un numero molto maggiore di
campioni in tempi brevi, anche su plasma non fresco.
Di conseguenza la casistica, intesa come numero di
pazienti sui quali fu possibile determinare la
presenza di questi anticorpi, aumentò moltissimo. Fu
quindi confermata in grossi numeri, nella seconda metà
degli anni ’80, l’intuizione clinica di Hughes,
ossia che gli anticorpi antifosfolipidi fossero
associati ad una nuova sindrome definita per
l’appunto APS.
-
Il
congresso internazionale di Sirmione del 1990 permise
di caratterizzare meglio questi anticorpi.
- Si
scoprì infatti che gli anticorpi non sono in realtà
diretti contro i fosfolipidi ma contro alcune proteine
- che
legano i fosfolipidi: beta2 glicoproteina I e
protrombina. Questi dati permisero di capire meglio
come gli anticorpi determinassero la malattia e di
mettere a punto nuovi test diagnostici.
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Nel
corso degli anni ’90 divenne chiaro che esistevano
due aspetti dell’APS: uno rappresentato dai sintomi
trombotici (sia in vene sia in arterie) ed uno
ginecologico (aborti o complicanze gravidiche). In
entrambi i casi le manifestazioni compaiono in
pazienti che non presentano altre cause note per
questi eventi.
- Elemento
fondamentale per diagnosticare una sindrome da
antifosfolipidi è dunque la dimostrazione della
presenza di questi anticorpi in pazienti con
manifestazioni trombotiche o con abortività ripetuta
o particolari complicanze gravidiche (eclampsia
precoce e severa). Per riconoscere la Sindrome è
quindi fondamentale sia il dato di laboratorio sia
quello clinico, ben definito al Congresso di Sapporo
nel 1998 e puntualizzato a Sydney nel novembre 2004
(in altre parole quali caratteristiche devono avere le
trombosi, quali gli aborti ed infine come e quando
misurare gli anticorpi per poter formulare la
diagnosi).
- La
Sindrome è stata inizialmente riconosciuta in
associazione con il LES ma, con l’aumentare del
numero di pazienti identificati, si è visto che solo
la metà di essi era affetta da lupus o da altre forme
autoimmuni, mentre l’altra metà aveva sintomi
riconducibili alla Sindrome in assenza di malattie
-
- Le
trombosi possono verificarsi ovunque: a livello
cerebrale, nelle coronarie, nei reni, nelle vene
- delle
gambe con frequente embolia polmonare etc. I sintomi
quindi dipendono dalla sede in cui la trombosi è
avvenuta, coinvolgendo in pratica tutte le specialità
mediche.
- Un tempo si diceva: “Sindrome da anticorpi
antifosfolipidi = trombosi o aborti”. Con
l’aumentare
- del
numero di persone studiate e seguite nel tempo negli
ultimi dieci-quindici anni, ci si è resi conto che le
manifestazioni cliniche associate agli anticorpi sono
più ampie e, anche se le trombosi e gli aborti
restano gli elementi chiave per una diagnosi, in realtà
esistono molte altre patologie correlate.
- Dal punto di vista neurologico ad esempio, i
sintomi più comuni sono quelli derivanti da ictus o
da ischemie transitorie (TIA), ma sono state descritte
in un numero consistente di casi anche crisi
epilettiche, disturbi cognitivi, di memoria o
concentrazione.
- Un
altro esempio di complicanza recentemente associata
con la Sindrome è la necrosi di tessuto osseo,
soprattutto della testa del femore, spesso presente in
giovani a volte affetti anche da lupus, ed attribuita
in passato all’assunzione di cortisonici nella
maggior parte dei casi. Il cortisone facilita in
effetti queste necrosi (di fatto dei buchi nelle
ossa), che rendono necessari interventi sostitutivi e
l’impianto di protesi.
- Si
è visto tuttavia che in realtà una parte di questi
pazienti ha piccoli infarti nell’osso dovuti ad
anticorpi antifosfolipidi che causano coaguli nei vasi
che irrorano il tessuto osseo.
- Recentemente
gli antifosfolipidi sono stati associati anche ad un
danno renale, diverso da quello classico che compare
in corso di lupus. E’ un danno ad insorgenza lenta
che porta frequentemente alla comparsa di
un’ipertensione arteriosa ed insufficienza renale.
-
- Oggi
sappiamo che gli anticorpi antifosfolipidi sono
importanti oltre che per la diagnosi, anche perché
verosimilmente causa dei sintomi; sono dunque allo
stesso tempo marcatori diagnostici e causa stessa di
malattia, ossia “patogenetici”.
- Per
capire meglio prendiamo l’esempio della tiroidite
autoimmune. Gli anticorpi anti-tiroide (anti-tireoglobulina
o anti-microsomiali) sono essenziali per la diagnosi
ma non causa della distruzione della tiroide, che è
invece aggredita da linfociti autoreattivi. Quindi
sono importanti per identificare la malattia ma hanno
un ruolo marginale nel meccanismo di danno alla
tiroide. Viceversa esistono anticorpi che sono importanti per la
diagnosi e sono anche patogenetici, come accade nella
miastenia gravis. In questa malattia infatti, gli
anticorpi diretti contro il recettore che veicola gli
impulsi nervosi necessari a far contrarre il muscolo
non solo sono utili a confermare la diagnosi ma
giocano essi stessi un ruolo decisivo nel determinare
la malattia.
- Allo
stesso modo gli antifosfolipidi sono necessari per
formulare la diagnosi e determinano la facilità
- alle trombosi e le
complicanze della gravidanza.
-
-
Contro cosa sono diretti gli anticorpi antifosfolipidi?
- I
fosfolipidi di per sé non sono riconosciuti dagli
anticorpi in provetta, mentre lo sono se vengono
aggiunte proteine plasmatiche che legano i fosfolipidi
(es. beta 2 glicoproteina 1 o protrombina). In
sostanza gli anticorpi riconoscono proteine che legano
i fosfolipidi e non i fosfolipidi stessi, fatto che
all’inizio non era noto.
-
-
- Perché
si formano anticorpi contro le proteine che legano i
fosfolipidi?
-
Noi tutti abbiamo queste proteine, ed in grande
quantità; i problemi nascono solo in chi sviluppa
antifosfolipidi. Perché qualcuno dunque sviluppa
autoanticorpi? Le cause sono diverse, ma in soggetti
che hanno una predisposizione genetica, essenziale
perché la malattia si sviluppi, probabilmente ci sono
degli errori che permettono la formazione di questi
anticorpi.
- Al
momento attuale abbiamo alcune informazioni su come
questi autoanticorpi possono comparire.
- Uno,
se non il principale bersaglio degli antifosfolipidi
è rappresentato dalla beta2 glicoproteina I. Questa
proteina ha una struttura comune a molecole presenti
in batteri. Se incontro un batterio che ha una parte
della struttura uguale alla nostra proteina, ed ho una
certa predisposizione a sviluppare una risposta immune
a largo spettro, non solo costruisco anticorpi contro
questo batterio, ma anche anticorpi che riconoscono
parti uguali alla mia beta2 glicoproteina. In altre
parole può accadere ciò che in termini tecnici si
chiama mimicria molecolare, cioè costruisco una
risposta contro un elemento esterno ma purtroppo
riconosco anche qualcosa che è presente su una mia
proteina, e quindi quello che è mandato “contro
l’esterno” cross-reagisce anche con l’interno.
- Non
è un fatto nuovo, in immunologia abbiamo altri esempi
e quello più noto è rappresentato dalla malattia
reumatica. Spiegando in modo molto approssimativo: una
persona ha un’infezione da streptococco, produce
anticorpi contro lo streptococco e poi gli stessi
anticorpi possono reagire con le valvole del cuore o
nel cervello, sviluppando un’endocardite o una corea
(alcune delle manifestazioni della malattia
reumatica).
- E’
possibile riprodurre sperimentalmente questo errore.
Se ad esempio somministriamo beta2 glicoproteina umana
a topi, questi riconoscono la proteina estranea e
producono anticorpi contro di essa. Dopo tre o quattro
mesi però, compaiono anche anticorpi contro la beta2
glicoproteina murina e contro la beta2 di altre
specie, ma simili nella struttura a quella murina. Se
c’è quindi una predisposizione genetica a produrre
autoanticorpi, e si viene continuamente bombardati da
molecole estranee, ad esempio infettive, che hanno una
struttura simile alle beta2 glicoproteina, prima si
risponde alle strutture diverse “non proprie”, poi
però per errore può avvenire questa risposta contro
le proprie proteine, scatenando quindi la malattia.
Ovviamente questo non in tutti i soggetti ma solo in
quelli predisposti; così come tutti noi veniamo in
contatto con lo streptococco beta-emolitico ma solo
una piccola parte di noi sviluppa la malattia
reumatica.
-
- Si
è visto che aumentano il rischio di trombosi o di
abortività.
- Una
trombosi può capitare a tutti, ma in genere capita
una volta e, in assenza di altre cause che la
favoriscono, non succede più. In soggetti con
anticorpi antifosfolipidi che hanno avuto una trombosi
il rischio di una recidiva è superiore a quello di
soggetti negativi. Lo stesso vale per gli aborti, il
rischio è di averne più d’uno.
- Questi
anticorpi aumentano il rischio di trombosi con
meccanismi differenti. Innanzitutto, diminuiscono la
capacità del sangue di “digerire” un coagulo.
Potenziano inoltre la capacità aggregante delle
piastrine, ma più importante è la loro azione sulle
cellule endoteliali, cioè quelle che tappezzano i
vasi ed i globuli bianchi. Gli anticorpi
antifosfolipidi favoriscono infatti l’azione di
innesco della coagulazione da parte di queste cellule.
- Normalmente
il nostro sangue rimane fluido grazie ad un
bilanciamento tra meccanismi che favoriscono la
formazione del coagulo e meccanismi che la
contrastano. Gli anticorpi antifosfolipidi riducono
anche l’attività anticoagulante naturale ed il
risultato finale di questa combinazione di effetti è
una tendenza alla coagulazione.
-
Considerato
tutto ciò, si potrebbe pensare che in presenza di
questi anticorpi la formazione di coaguli avvenga
sempre. In realtà gli anticorpi da soli aumentano il
rischio di coagulazione, ma richiedono un altro
evento, un altro fattore scatenante per indurre la
formazione del coagulo. Ad esempio, spesso la prima
trombosi venosa accade nelle condizioni in cui c’è
stasi venosa, come dopo immobilizzazione protratta o
durante l’assunzione di contraccettivi orali (che
favoriscono di per sé la formazione di coaguli). In
effetti esistono pazienti positivi per antifosfolipidi
che per molti anni non hanno trombosi, ma la
sviluppano in particolari situazioni in cui compare un
secondo fattore scatenate.
- Gli
antifosfolipidi sono dunque un fattore di rischio
trombofilico che si va ad aggiungere a quelli noti,
quali ad esempio un difetto di antitrombina III, la
mutazione del fattore V Leiden ecc.
- Abbiamo
messo a punto dei modelli sperimentali per dimostrare
questa successione di eventi. Se ad esempio prendo un
ratto, estraggo il mesentere (intestino) e lo guardo
al microscopio, riesco a vedere il microcircolo, ossia
quello che succede nei vasi. Se a questo animale avevo
somministrato gli anticorpi antifosfolipidi presi da
un paziente con la sindrome, non accade nulla. Se però
faccio questo aggiungendo una sostanza che irrita i
vasi, allora si formano trombi ben visibili al
microscopio. Questi esperimenti dimostrano chiaramente
che è necessaria la presenza dei due fattori
contemporaneamente.
- L’altro
aspetto è l’abortività; vi sono molti studi
clinici che hanno riportato un’associazione tra
abortività e presenza di antifosfolipidi ed
altrettanti modelli sperimentali animali che hanno
dimostrato chiaramente come immunoglobuline di
soggetti con antifosfolipidi infuse in topine gravide
inducono aborti.
- L’azione
degli antifosfolipidi nel causare aborto è legata
alla fisiologia della placenta. La placenta collega la
circolazione del bambino a quella della madre; in
pratica il tessuto placentare invade la parete
dell’utero insinuandosi nella decidua con i villi
(come le dita di una mano). Questi ultimi sono a
diretto contatto con il sangue materno favorendo lo
scambio di ossigeno e di sostanze nutritizie. Sulla
superficie dei villi placentari è espressa la
beta2glicoproteina I in grande quantità, che
trasforma la placenta in un perfetto bersaglio per gli
antifosfolipidi. Una volta legatisi, gli anticorpi
sono in grado di indurre trombosi placentari con
distruzione del tessuto e conseguente morte del feto
per mancato apporto di ossigeno e di fattori nutritizi.
- Oltre
ad indurre trombosi, gli antifosfolipidi influenzano
la crescita e la funzione del trofoblasto.
- Il
trofoblasto è il tessuto che forma la placenta.
Durante la sua maturazione la superficie si trasforma
e diviene tale da facilitare l’attacco della beta2
glicoproteina, attirando di conseguenza gli
antifosfolipidi della madre. Una volta legati, questi
anticorpi modificano la funzione del trofoblasto con
un conseguente difetto di formazione della placenta.
Questi eventi sarebbero responsabili degli aborti, a
volte anche molto precoci e senza necessariamente
richiedere trombosi.
-
-
Quando si devono cercare gli
antifosfolipidi?
- Fondamentalmente
dobbiamo cercarli nei pazienti con trombosi o
abortività in assenza di altri fattori noti di
rischio.
Vanno ricercati anche in tutti i pazienti con
lupus, perché il 40% tra loro può risultare
positivo. Questo non significa che avranno
necessariamente trombosi ed in effetti solo la metà
dei pazienti positivi sviluppa la sindrome. E’
tuttavia importante poter caratterizzare la presenza
di questo fattore di rischio, dal momento che il LES
è già di per sé una condizione predisponente alla
trombofilia.
- Ulteriori
situazioni che suggeriscono la ricerca di anticorpi
antifosfolipidi sono: una riduzione nel numero delle
piastrine (di solito moderata), ulcere alle gambe che
tendono a non guarire, manifestazioni cutanee come la
livedo reticularis (si vede un reticolo venoso sulla
pelle) o un’anemia emolitica. Recentemente è stata
suggerita la loro ricerca anche in presenza di
alterazioni delle valvole cardiache.
- Ovviamente
in tutte queste situazioni è necessario escludere le
altre cause note in grado di determinare simili
anomalie, prima di dare un significato alla eventuale
presenza degli antifosfolipidi.
- Ad
esempio, se un paziente ha anticorpi diretti contro le
piastrine, questi sono i veri responsabili della
riduzione del loro numero e non certo gli
antifosfolipidi eventualmente presenti.
-
- Mentre
un tempo si cercavano anticorpi solo con i test per
anticardiolipina e lupus anticoagulant, ora è stato
messo a punto un sistema per trovare gli anticorpi
diretti anche contro la principale proteina che lega i
fosfolipidi (test per anticorpi anti-beta2
glicoproteina I). Tutti e tre questi esami devono
essere eseguiti, la positività anche solo di uno è
sufficiente a formulare la diagnosi in presenza delle
manifestazioni cliniche.
-
- Come
si misurano gli anticorpi antifosfolipidi
?
- Si
usano dei piccoli pozzetti di una plastica particolare
cui attacchiamo i fosfolipidi e le proteine
- che
si legano ad essi; questi pozzetti sono poi incubati
con il siero del paziente. Nel caso siano presenti
- gli
anticorpi questi si legano al bersaglio, così come lo
riconoscono sulla placenta o nei vasi. Dopo un
lavaggio, si incuba con un antisiero in grado di
riconoscere gli anticorpi umani eventualmente
legatisi; l’antisiero contiene un colorante che può
essere visualizzato con una reazione enzimatica. Più
anticorpo è legato e più colore si sviluppa, e nel
caso non se ne leghi affatto il pozzetto resterà
negativo.
- Con
questa tecnica possiamo preparare pozzetti che
contengono solo i fosfolipidi, oppure fosfolipidi
- e
le proteine che li legano, o soltanto le proteine che
legano i fosfolipidi (ad esempio beta2 glicoproteina).
- In
questo modo siamo in grado di identificare anticorpi
con specificità differente. Questa distinzione è
importante perché non tutti gli anticorpi sono indice
di malattia. Ad esempio, anticorpi che reagiscono solo
con i fosfolipidi (ma non con le proteine o il
complesso proteine-fosfolipidi) non si associano alle
manifestazioni della sindrome e si ritrovano
frequentemente durante una malattia infettiva anche
banale.
- Al
termine del processo infettivo solitamente scompaiono.
Al contrario, in corso di lupus o di APS primitiva gli
anticorpi riconoscono il complesso formato da
fosfolipidi e proteine o possono reagire anche con le
sole proteine. A differenza degli anticorpi associati
a processi infettivi, gli autoanticorpi presenti nelle
malattie autoimmuni persistono nel tempo. Ecco la
ragione per cui l’esame va ripetuto più volte a
distanza di tempo (sono necessarie dodici settimane di
intervallo per essere certi di una positività, in
caso contrario non è possibile fare diagnosi).
-
- Il
test per il Lupus Anticoagulant.
- Alla
fine della cascata della coagulazione, per formare il
coagulo, sono necessari dei fosfolipidi che
- si
legano ai fattori della coagulazione.
Gli anticorpi in pratica rendono i fosfolipidi
non disponibili ed il risultato è che si blocca la
coagulazione, o meglio si assiste ad un allungamento
del tempo richiesto per la formazione del coagulo (da
questo il nome di lupus anticoagulant). Nella provetta
in cui il test viene eseguito c’è tuttavia solo il
plasma ed i fattori della coagulazione, ma sono
assenti gli altri importanti attori della
coagulazione: leucociti, piastrine ed endotelio, che
sono d’altra parte altrettanti bersagli per gli
autoanticorpi. L’allungamento
del tempo di coagulazione è quindi un artefatto in
vitro. In vivo invece, gli anticorpi agiscono proprio
aumentando la capacità coagulante dei leucociti e
dell’endotelio e potenziando l’aggregazione
piastrinica ed in ultima analisi favorendo la
coagulazione.
- Ecco
il paradosso del LAC: gli antifosfolipidi ritardano la
coagulazione in vitro ma la favoriscono invece in
vivo.
-
- I
tre test per identificare gli antifosfolipidi: sono
la stessa cosa o sono diversi?
- Sono
simili, ma non esiste ancora un esame che serva ad
identificare tutti gli autoanticorpi antifosfolipidi, anche se la maggioranza dei
pazienti è positiva ad esempio al test per
anticardiolipina. Alcuni pazienti possono essere
positivi solo ad uno dei tre test diagnostici:
anticardiolipina, LAC e anti beta2 glicoproteina. Il
messaggio, dato anche dalle linee guida internazionali
elaborate a Sydney nello scorso novembre, è di
eseguire tutti e tre gli esami al momento della
diagnosi. La positività (attendibile)
- di
uno tra questi è sufficiente per diagnosticare la
stragrande maggioranza delle persone con APS.
-
- Gli
anticorpi sono importanti nel determinare un aumento
dei rischio di trombosi ma la loro presenza non sempre
si associa ad un evento trombotico. In altre parole
essi rappresentano un fattore di rischio necessario ma
non sufficiente: è infatti richiesta la presenza di
altri fattori per scatenare la coagulazione.
- Quali
sono questi altri possibili fattori?
- Fondamentalmente
la stasi venosa (immobilizzazione forzata protratta
come nei lunghi viaggi, per fratture etc),
l’infiammazione dovuta a processi infettivi o a
traumi come quello chirurgico, la gravidanza, la
pillola anticoncezionale, ecc. Altri fattori
scatenanti sono invece associati in maniera
particolare alla comparsa di trombosi arteriose: fumo,
colesterolo, obesità, diabete, ipertensione ecc.
-
- Tenendo
conto di quanto detto a proposito di fattori di
rischio, cosa
accade in caso di positività
degli
esami in pazienti che non hanno mai avuto alcuna
manifestazione clinica?
- Sappiamo
che la presenza degli anticorpi è una condizione di
rischio aumentato, ma sappiamo anche che non sempre le
manifestazioni della sindrome si presentano. Quindi la
raccomandazione al momento attuale è quella di
seguire dei comportamenti di semplice prevenzione,
utilizzando farmaci solo in alcuni situazioni e per
periodi di tempo limitati. Diversa è invece la regola
in caso di avvenute manifestazioni cliniche (trombosi
o aborti), come vedremo in seguito.
- Cosa
fare quindi per proteggersi da questo rischio
aumentato?
- Fondamentalmente
eliminare quanti più possibili fattori di rischio si
hanno: ad esempio ridurre il peso,
- i
livelli di colesterolo, controllare i valori di
pressione arteriosa, non fumare, non assumere
contraccettivi orali etc. Laddove non sia possibile
eliminare queste condizioni, si ricorrerà all’uso
di farmaci che riducono l’aggregazione piastrinica e
che scoagulano. Ecco alcuni esempi tra i più comuni:
un soggetto è noto per essere positivo per anticorpi
antifosfolipidi da tempo e si deve sottoporre ad una
operazione chirurgica che necessiterà una
immobilizzazione a letto lunga, oppure ha subito la
frattura di un arto e deve restare immobile. Il suo
rischio di trombosi venosa, già aumentato per la sola
presenza degli antifosfolipidi, aumenterà ancora. Al
fine di evitare manifestazioni cliniche, ridurremo ad
esempio la sua coagulazione per il periodo di
aumentato rischio durante l’immobilizzazione
forzata.
-
- Cosa
fare invece nel caso in cui ci sia una manifestazione
clinica della sindrome?
- Occorre
distinguere i vari casi possibili:
- a)
eventi
trombotici acuti. Sia le trombosi arteriose sia
quelle venose sono trattate nella stessa maniera
indipendentemente dalla presenza o meno degli
anticorpi antifosfolipidi. Nel caso delle trombosi
arteriose si effettua talvolta la lisi (=scioglimento)
del coagulo e si inizia una terapia anticoagulante
-
o
antiaggregante piastrinica. Nel caso di quelle venose,
si scoagula con eparina e successivamente
-
viene
introdotta una terapia anticoagulante per via orale.
- b)
Profilassi
dopo l’evento acuto. I pazienti con anticorpi
antifosfolipidi presentano un elevato rischio
-
di nuove manifestazioni trombotiche dopo il
primo evento e pertanto richiedono una profilassi
-
efficace. Nel caso di manifestazioni arteriose
(ictus, TIA, infarto del miocardio etc) la profilassi
è
-
sovrapponibile a quella di pazienti senza
antifosfolipidi ma con altri gravi fattori di rischio
ed è
-
basata sostanzialmente sull’uso di
antiaggreganti piastrinici e talvolta di
anticoagulanti orali.
-
Nel caso invece delle manifestazioni
trombotiche venose il comportamento è diverso.
-
A causa dell’alto rischio di recidive, in
pratica si continua la terapia anticoagulante orale
ben oltre
-
il solito periodo, e la si continua fin tanto
che gli anticorpi sono positivi. L’intensità della
-
scoagulazione sarà più o meno aggressiva a
seconda della presenza di uno o più fattori di
rischio
-
trombotico aggiuntivi.
- c)
Manifestazioni
ostetriche della sindrome. E’ ormai regola
comune l’utilizzo di una terapia
-
con basse dosi di aspirina ed eparina (sia non
frazionata sia a basso peso molecolare) per la
-
profilassi dell’aborto ricorrente. Con questo
schema terapeutico la maggior parte delle donne
-
con antifosfolipidi è in grado di avere una
gravidanza
a termine. Altre modalità di terapia
-
(ad esempio immunoglobuline endovena) sono
riservate a casi che presentano insuccessi
-
nonostante la precedente terapia.
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