- SINDROME da ANTICORPI ANTI-FOSFOLIPIDI (APS)
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- Trascrizione dell’INCONTRO
MEDICI-PAZIENTI
- Organizzato in occasione del
- 12° Congresso Internazionale sugli
Anticorpi Antifosfolipidi
- (Firenze, Palazzo dei Congressi, 18-20
aprile 2007)
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- Introduzione:
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- Prof Pier Luigi Meroni
(
Istituto Auxologico Italiano, Dip. di Medicina
Interna, Università degli Studi di Milano:
www.honegger.it/aps
)
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- Lo scopo principale della riunione di oggi è
facilitare l’interazione tra pazienti e medici. Siamo spesso tutti di corsa
e a volte non si ha modo di parlare e di farci domande a vicenda.
- La sindrome da
anticorpi antifosfolipidi (APS) ha ormai assunto una sua autonomia rispetto
alle altre malattie autoimmuni. Come la maggioranza di esse ha un carattere
di cronicità, una componente ambientale ed una genetica. Al contrario di
molte altre tuttavia, ha l’opportunità di una terapia molto efficace
soprattutto per quanto riguarda le complicanze ostetriche.
- Nel caso dell’APS
il sistema immunitario, anziché produrre, come in genere accade,
autoanticorpi che causano infiammazione e quindi provocano danno ad organi
bersaglio (come ad esempio succede in corso nefrite lupica), produce
anticorpi in grado di interferire con la coagulazione e di conseguenza con
il delicato bilancio tra la formazione del coagulo e la sua frammentazione,
o l’impedire a monte che questo si formi.
- Il nostro sangue deve essere fluido, ma
anche pronto a coagulare, in caso di alterazioni di struttura, ferite ecc.
Quindi ha un potere di coagulazione estremamente attivo e potenzialmente
dannoso (impedire l’afflusso di sangue significa impedire l’arrivo di
ossigeno con conseguenti possibili infarti, necrosi di tessuti, teoricamente
in ogni organo).
- Gli anticorpi
anti-fosfolipidi (aPL) inteferiscono con questa bilancia spostandola a
favore della coagulazione. Il risultato è che il rischio di sviluppare
trombosi aumenta enormemente. Stiamo parlando di rischio, quindi la
presenza di anti-fosfolipidi non significa che ci sarà necessariamente un
coagulo ma che l’aggiungersi di un altro fattore di rischio, che normalmente
non indurrebbe di per sé la formazione di trombi, potrebbe scatenare un
eccesso coagulativo con conseguenze cliniche che dipendono dalla sede del
coagulo. Possono esserci quindi danni neurologici, nelle coronarie e di
conseguenza al miocardio. Quando il coagulo di forma in una vena, è
possibile che si mobilizzi e che sia trasportato in circolo fino al polmone,
con conseguenze anche gravi.
- La sindrome è una
medaglia con due facce: una è quella della coagulazione, l’altra quella
delle complicanze ostetriche. Infatti, le donne con anticorpi
anti-fosfolipidi sono più soggette ad aborti ripetuti anche in assenza di
altre cause identificabili per una perdita fetale.
- Gli anticorpi sono
in grado di causare complicanze per la mamma, come pressione alta,
insufficienza renale, epatica, nella funzione delle piastrine (eclampsia).
- Quindi il doppio
aspetto è questo: da un lato gli aPL possono indurre trombosi, dall’altro
complicanze in gravidanza. Non siamo ancora purtroppo in grado di
distinguere gli anticorpi che possono causare uno o l’altro aspetto delle
manifestazioni cliniche; ci sono infatti pazienti che hanno entrambi, altri
che hanno solo trombosi o solo manifestazioni ostetriche.
- Per diagnosticare
la malattia è necessario identificare questi anticorpi, e questo è stato
l’oggetto del lavoro svolto negli ultimi anni: il tentativo di
caratterizzare meglio i mezzi con cui riconoscerli e quindi capire se una
persona ha questo fattore di rischio.
- Dal punto di vista
pratico, la presenza di anti-fosfolipidi è un fattore di rischio anche per
altre manifestazioni. Quindi è necessario prima di tutto cercare di ridurre
questo rischio; così come chi è iperteso deve cercare di abbassare la
pressione, chi è diabetico curare i livelli di zucchero nel sangue o chi ha
il colesterolo alto deve ridurlo, allo stesso modo le persone che hanno
questi autoanticorpi e che hanno avuto manifestazioni vascolari, devono
essere trattate con farmaci che riducono la coagulazione o l’adesione delle
piatrine (le cellule che aderiscono l’una all’altra formando dei “tappi”).
- Per quanto riguarda
la gravidanza, sono state individuate terapie che si sono dimostrate molto
efficaci nel ridurre i rischi di abortività. In questo caso siamo molto più
bravi nel trattare i problemi ostetrici rispetto a quelli vascolari, infatti
donne con aPL trattate con farmaci antiaggreganti o anticoagulanti sono in
grado di portare aventi gravidanze normali nella gran parte dei casi. Quindi
qui il problema può essere risolto già identificando il fattore di rischio e
prescrivendo terapie corrette.
- Nel campo delle
complicanze vascolari si sono fatti grandi passi avanti, però ci sono ancora
pazienti che hanno recidive, cioè manifestano ulteriori trombosi, a dispetto
della terapia. Qui bisognerà affilare meglio le armi, forse con i nuovi
farmaci antitrombotici che arriveranno tra pochi anni o con farmaci
immunosoppressivi di nuova generazione.
- Questo è il quadro
della malattia, che è sì una malattia geneticamente determinata, però, come
la stragrande maggioranza delle malattie autoimmuni, non viene trasmessa
direttamente da genitori a figli. Tuttavia, essendo in parte determinata
geneticamente, una volta manifestata, la malattia resta. Non abbiamo, se non
in rari casi, la scomparsa di questi anticorpi, quindi il fattore di rischio
rimane nel tempo. In pratica questo implica che i soggetti positivi per aPL
devono essere seguiti, in modo da monitorare questo fattore di rischio e
ridurlo il più possibile.
-
-
- Domande:
-
- Abbiamo
raccolto sia per telefono sia via email molte domande e alcune tra queste
hanno
- già trovato
parziale risposta in questa introduzione.
- L’ultimo
cenno introduttivo ci porta al primo quesito:
-
-
una volta fatta diagnosi di
APS a quali intervalli è utile ripetere questi test e in
- particolare,
se una persona sta facendo uso di anticoagulanti orali ed era positiva in
- partenza
solo al LAC o prevalentemente al LAC (test spesso non eseguibile durante la
- terapia
anticoagulante) come può regolarsi?
-
- Prof Angela Tincani
(Servizio
di Reumatologia e Immunologia, Spedali Civili di Brescia:
www.bresciareumatologia.it
)
-
- Gli anticorpi antifosfolipidi sono piuttosto
stabili. Un paziente che ha già diagnosi dovrebbe ripetere il test una volta
ogni anno, per vedere se gli aPL si mantengono positivi o meno, sempre se
non intervengono problemi diversi.
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-
-
In realtà nell’esperienza di
tutti noi c’è una possibilità di negativizzazione. Sappiamo che
- dipende
anche dai laboratori, ma accade e ci viene segnalato neanche così raramente.
-
- E’ fuori dubbio che esiste la possibilità di
negativizzazione, sia spontanea sia in persone trattate con farmaci
immunosoppressori. La questione di come questa possa essere interpretata è
stata oggetto di discussione anche nell’ambito dell’attuale congresso e non
c’è un accordo generale in merito.
-
-
-
Infatti, il quesito riguarda
anche le ripercussioni pratiche; la speranza è anche di poter alleggerire le
terapie e in certi casi di interrompere quella anticoagulante
-
- Questo è comprensibile, però dalla discussione
di questa mattina e dalle precedenti si deduce che non si possono stabilire
regole generali. Quindi, è vero che gli aPL si possono negativizzare, ma le
conseguenza pratiche devono essere discusse con il proprio medico perché
l’interpretazione può essere diversa, sicuramente in relazione con le
caratteristiche cliniche del singolo paziente.
- Dunque il messaggio
è che le fluttuazioni degli autoanticorpi devono essere valutate
singolarmente ed eventuali decisioni terapeutiche devono essere prese in
accordo con la situazione generale della persona.
-
-
-
Un quesito frequente, sempre
collegato ai test di laboratorio, riguarda la tipizzazione degli
- aPL e
quali siano gli esami necessari alla luce dei nuovi studi. Nella maggior
parte dei casi
- vengono controllati gli
anticorpi anti-cardiolipina e se va bene il LAC. E’ opportuno che
- venga
aggiunto in modo routinario il test per gli anti-beta2 glicoproteina I in
fase
-
diagnostica o di orientamento terapeutico?
-
- Anche in questo
caso la risposta non è univoca. Come ricordato anche stasera dall’intervento
del Prof Pengo, la positività di tutti e tre i test aumenta il rischio
trombotico, quindi è importante per il medico saperlo, però deve anche
essere valutata ogni singola situazione. E’ chiaro che per la diagnosi non è
necessario che siano positivi tutti gli esami a disposizione per
identificare gli antifosfolipidi; ne basta anche uno solo che resti positivo
nel tempo
-
- -
Uno dei motivi di questa domanda è che nella pratica
di come si svolgono le cose capita spesso che nelle indagini per anticorpi
anti-fosfolipidi siano negativi sia gli anticardiolipina sia il LAC e che si
apra una serie di dubbi sulla presenza anche a basso titolo di anticorpi
anti-beta2 glicoproteina I. Il problema è quale peso dare a questa
positività, ad esempio in pazienti con aborti ripetuti, in caso che lo
specialista da cui si è seguiti non sappia come comportarsi rispetto alla
possibilità di una terapia preventiva con eparina in previsione di nuove
gravidanze.
-
- Prof Pier Luigi Meroni:
-
- Esistono delle regole di buon comportamento; si
tratta di una malattia sulla quale si ha esperienza ma che è relativamente
giovane, quindi non ci sono certezze. Tuttavia la positività per anti-beta2
sembrerebbe un po’ più specifica rispetto alle altre; anche per bassi titoli
si accetta la connessione tra positività al test e manifestazioni cliniche.
Ovviamente la positività deve essere chiara e persistere nel tempo, quindi
non delle variazioni al limite della norma, ma in caso abbia queste
caratteristiche può rappresentare un campanello di allarme anche più
consistente di quanto non sia una positività molto bassa ad esempio dei soli
anticorpi anticardiolipina
- Teniamo presente anche il fatto che il titolo
di questi anticorpi può orientare sul rischio; come accade ad esempio per il
colesterolo, per il quale un valore lievemente positivo non allarma quanto
un forte aumento.
-
-
-
Un’altra domanda ripetuta
riguarda le aspettative sulle sperimentazioni dei nuovi farmaci
antitrombotici. Le persone in terapia anticoagulante orale a tempo
indefinito attendono questi farmaci, augurandosi che non richiedano test
così frequenti e che possano essere più stabili nella loro concentrazione in
circolo.
-
- Prof Pier Luigi Meroni:
-
- Li aspettano non
solo i pazienti ma anche i medici e le case farmaceutiche, però dobbiamo
considerare il fatto che si tratta di farmaci con effetti collaterali non
indifferenti, sia che i funzionino sia che non funzionino. Quindi c’è molta
attenzione nel farne partire l’uso, e soprattutto si deve essere certi che
dimostrino benefici reali in paragone agli inibitori della vitamina k usati
ora, che esistono da moltissimo tempo, funzionano, e per i quali ormai si
sono sviluppati mezzi per seguire nel tempo l’effetto terapeutico in maniera
corretta. Noi aspettavamo dei dati anche in previsione di questo congresso
ma negli ultimi tre anni non è venuto fuori nulla di nuovo. Comunque la
maggior parte dei principi attivi in questione dal punto di vista tecnico è
in fase tre, e questo significa che è stato appurato che almeno non fanno
male e quindi ne stanno valutando l’efficacia in condizioni di patologia,
però ancora non c’è il via libera.
- C’è in progetto, da
parte della Prof Pierangeli che si occuperà dell’organizzazione del prossimo
Congresso Internazionale in Texas, di organizzare una sessione proprio su
questo argomento. Nel giro di due-tre anni dunque, ci si aspetta che siano
disponibili.
-
-
-
Quale è la vostra opinione
sugli altri farmaci di cui di recente si è parlato come supporto alla
terapia anticoagulante o come alternativa ad essa, ad esempio le statine
(proposte a volte nell’APS anche senza colesterolo o trigliceridi alti), l’idrossiclorochina
o nuovi immunosoppressori, non necessariamente in persone con LES o con
altre malattie autoimmuni sistemiche
-
- Prof PierLuigi Meroni:
-
- Rispondo io sulle statine, su cui ho lavorato
e che sono molto promettenti. Negli Stati Uniti c’è chi addirittura propone
di sciogliere le statine nell’acqua potabile per il loro effetto protettivo
vascolare, che va al di là dell’efficacia nel ridurre i livelli di
colesterolo nel sangue.
- Il problema è che attualmente non esistono dati
definitivi sulla loro efficacia nel prevenire le recidive legate agli
anticorpi anti-fosfolipidi. In pratica però, quando una persona con
anticorpi anti-fosfolipidi ha altri fattori di rischio potenzialmente
riducibili attraverso le statine, ad esempio ha un’ipercolesterolemia anche
non particolarmente elevata, si tende a ridurre l’insieme dei fattori di
rischio, usando le statine nella pratica comune. In altre parole, gli
anticorpi anti-fosfolipidi sono un fattore di rischio ma se si hanno anche
altre alterazioni, come omocisteina elevata o anomalie dei fattori della
coagulazione geneticamente determinate, questo rischio aumenta. Per l’omocisteina
si prenderà più verdura, vitamine, in modo da ridurre il suo livello nel
sangue; se c’è il colesterolo un po’ elevato, l’uso nella pratica comune
delle statine è accettato per ridurre la somma dei fattori di rischio. Ci
sono tuttavia dei problemi pratici; uno è quello del costo, perché questi
farmaci sono concessi dal Servizio Sanitario Nazionale solo in alcune
circostanze. Un’altra questione è quella degli effetti collaterali. Ad
esempio in alcune malattie autoimmuni possono esserci effetti negativi;
questa mattina la Prof Petri di Harvard ha presentato i risultati di un
grande studio multicentrico che mostra frequenti reazioni collaterali nel
Lupus Sistemico. E’ necessario quindi valutare sempre anche i possibili
rischi di questi farmaci rispetto alle attese.
- In sostanza, le statine sono
farmaci sui quali si sta applicando attenzione, da utilizzare solo in quei
casi in cui la riduzione del colesterolo produce un effetto di protezione
vascolare aggiuntivo
-
-
-
Quindi non avrebbe molto senso
impiegarli in assenza di alterazioni documentate dell’assetto lipidico
-
- Al momento attuale ci sarebbe una potenziale
indicazione ma non esistono evidenze concrete della loto
utilità.
- Quanto all’idrossiclorochina, si
tratta di un farmaco usato frequentemente nei pazienti reumatologici,
piuttosto sicuro e di provata efficacia, lasciato per questo anche durante
gravidanza e allattamento, nonostante passi nel latte e quindi al bambino.
L’idrossiclorochina ha molti effetti potenzialmente positivi: è utile come
antiaggregante, può ridurre i valori di colesterolo e probabilmente il
titolo degli autoanticorpi. Dunque pur non avendo un’azione specifica
preponderante ha nel suo insieme una serie di effetti che possono essere
utili.
- In più cura le
manifestazioni cutanee ed articolari associate agli anticorpi
anti-fosfolipidi o ad altre forme autoimmuni.
- Gli altri farmaci
che probabilmente avranno un peso nella gestione futura della sindrome da
anticorpi anti-fosfolipidi sono gli immunosoppressivi, diversi da quelli
disponibili attualmente, soprattutto quelli che riducono l’attività dei
B-linfociti. Questi farmaci non servirebbero, al contrario di
anticoagulanti, statine ed in parte l’idrossiclorochina, a contrastare
l’effetto sulla coagulazione dell’anticorpo già formato, ma servirebbero a
lavorare a monte della fabbricazione di questi autoanticorpi, riducendoli.
Ci sono delle prospettive ma non ancora indicazioni precise. Inoltre, in
Italia è impossibile utilizzare queste sostanze che agiscono selettivamente
sui linfociti B al di fuori delle specifiche indicazioni, ossia
nell’artrite reumatoide o in malattie ematologiche, perché ci sono state
complicanze importanti durante l’utilizzo in persone con LES. Esistono
comunque diversi altri immunosoppressori che saranno disponibili a
breve.
-
-
-
Questo risponde in buona parte
al quesito sulle forme di APS che sembrano non reagire
- in
modo soddisfacente ai trattamenti in uso.
- Come già
accennato, esistono casi in cui trombosi o perdite fetali continuano
nonostante
- le terapie.
Quali sono le soluzioni disponibili in queste circostanze?
-
- Per le perdite fetali ci sono altre
possibilità, Angela Tincani è un’esperta di questo e forse può parlarne.
-
- Prof Angela Tincani
-
- E’ tutto ancora in discussione, domani partirà
la giornata dedicata alla gravidanza e si parlerà anche di questo.
- Attualmente, in aggiunta ad aspirina o eparina
durante la gestazione, si è orientati in alcune circostanze all’utilizzo di
piccole dosi di cortisone, perché da studi effettuati negli ultimi anni si è
visto che probabilmente esiste anche una componente infiammatoria o
simil-infiammatoria responsabile degli aborti. Altri farmaci che vengono
ipotizzati nelle forme di aborti ripetuti resistenti alle attuali terapie
sono le immunoglubiline a volte, sia come terapia di salvataggio sia come
terapia fissa. Il tutto in questo momento è associato all’uso dell’eparina,
che sembra il farmaco più efficace, per una serie di ragioni non solo legate
al suo effetto anticoagulante, ma ad esempio anche a quello di antagonista
al sistema complementare, che pare anch’esso implicato nelle perdite fetali.
Si sta ragionando dunque anche su questi aspetti.
- Tra le altre cose, domani ci sarà il tentativo
di mettere insieme le risposte di una trentina di esperti cui è stato
sottoposto proprio questo quesito, ossia cosa fare quando una gravidanza va
male nonostante il trattamento con eparina e aspirina. Siamo davanti a
pareri diversi, e proprio per questo ogni paziente dovrebbe a mio parere
discutere con il suo medico per valutare la strada da percorrere, con la
consapevolezza che nonostante tutto ancora circa il 20% delle gravidanze
continua ad andare male. Riguardo a questo 20% c’è da discutere con i nostri
pazienti sulle opzioni possibili, quali secondo noi sono le migliori e quali
più volentieri accettate.
- Non ci sono certezze né studi controllati ma ci
sono le esperienze dei centri ospedalieri che si occupano di questo.
-
-
-
Sottolineerei la
rassicurazione, rispetto all’uso dell’eparina in gravidanza e dei suoi
effetti sul bambino. Si tratta di un farmaco usato da molto tempo e del
tutto innocuo per il feto.
-
- Su questo non ci sono dubbi, si può essere
tranquilli. In ostetricia è stato usata molto tempo prima
dell’individuazione della sindrome in donne a rischio tromboembolico, ad
esempio in chi aveva subito sostituzioni di valvole cardiache. Quindi
l’esperienza è tanta e problemi non ce ne sono.
-
-
-
Lo stesso vale a proposito
della terapia anticoagulante orale usata a lungo termine?
-
Ci sono molte persone giovani che usano
anticoagulanti e che chiedono se esiste
-
un rischio a lungo termine, a parte quelli
noti emorragici
-
- Prof Angela Tincani
-
- Il rischio maggiore è quello emorragico. Ad
esempio una delle complicazioni frequenti delle giovani donne in terapia
anticoagulante consiste in alterazioni mestruali importanti che danno anche
problemi di gestione notevoli oltre che di anemizzazione.
- Quindi il problema di potenziali sanguinamenti
è il più importante, e come tale deve essere tenuto sotto controllo con gli
strumenti a disposizione. Non c’è altro da fare se non controllarlo al
meglio.
-
- Dr Antonio Brucato
( Divisione di Medicina
Interna, Ospedali Riuniti Bergamo )
-
- Una breve segnalazione sul rischio emorragico:
tanti studi hanno segnalato che è massimo nei primi sei-dodici mesi. Rimane
sempre ovviamente, ma rispetto alle preoccupazioni a lungo termine nell’uso
di questi farmaci questo può essere in parte rassicurante.
-
-
-
Immaginiamo che la ragione sia
nella difficoltà di gestione iniziale dell’INR
-
- Per questo, certo.
- Sulla gravidanza vorrei ricordare l’importanza
dell’utilizzo di acido folico anche in fasi precocissime. E’ una cosa molto
importante ma che non tutti sanno.
-
- -
Concluderei il discorso sui possibili effetti
indesiderati degli anticoagulanti orali con un cenno alla diffidenza nei
confronti del loro uso, anche in presenza di trombosi ripetute. Ci sono
infatti casi in cui continuano a non essere prescritti nonostante
- le evidenze
indicherebbero forti motivazioni per la terapia.
- Si tratta di
un atteggiamento frequente quando si devono trattare persone giovani,
soprattutto se non c’è un termine definito per la terapie, ma fonte di
ulteriori incertezze e di disagio per chi si appresta all’utilizzo di questi
farmaci.
- Potremmo
forse rasserenare tutti anche su questo aspetto.
-
- Prof Angela Tincani
-
- Al di là della sindrome da antifosfolipidi ci
sono tante persone che prendono anticoagulanti orali.
- Può essere un farmaco difficile nella gestione
poiché implica controlli, può rivelarsi complesso quando si sovrappongono
altri farmaci ed in altre circostanze, ma possiamo rassicurare i pazienti in
merito alla possibilità di altri effetti
negativi.
-
- Dottoressa Monica Galli
(
Divisione di Ematologia, Ospedali Riuniti Bergamo )
-
- In realtà una volta che la terapia
anticoagulante viene gestita nel modo corretto, da persone consapevoli che
sanno di dover seguire uno stile di vita regolare, a parte alcune
complicanze che riguardano le giovani pazienti con sanguinamenti mestruali
eccessivi, difficilmente si deve considerare il rischio di altri eventi o
complicanze gravi. Restano a noi ignote le ragioni per cui alcuni colleghi,
trovandosi di fronte persone con serie indicazioni alla terapia
anticoagulante, evitano comunque questa proposta terapeutica.
-
-
-
Se siete d’accordo, farei un
cenno alle manifestazioni che fino a qualche tempo fa erano considerate non
tradizionali e che ora sappiamo invece far parte della sindrome da
antifosfolipidi, ad esempio emicrania, disturbi della coordinazione, del
movimento, difficoltà cognitive e alcune forme di epilessia.
- Come è
possibile regolarsi di fronte a questi sintomi ed è confermata una
connessione con gli aPL?
-
- Prof Angela Tincani
-
- La connessione può esserci, anche questo
argomento oggi pomeriggio è stato affrontato per vari versi e, sebbene non
chiaramente dimostrata, una relazione potrebbe esistere.
- Per quanto riguarda il come fare a regolarsi,
la risposta è complessa. Tra poco il Prof Hughes farà il suo intervento e
parlerà anche di emicrania e dei suoi sistemi di trattarla.
- Quanto all’epilessia, non c’è altra possibilità
che i farmaci antiepilettici, gli anticoagulanti non curano di per sé
l’epilessia.
-
-
-
Questo è infatti il punto, a volte
vengono prescritti anticoagulanti a persone con manifestazioni epilettiche
in presenza di posività degli anticorpi antifosfolipidi nel tentativo di
migliorarne i sintomi
-
- Ho sentito anche riportare che in terapia
anticoagulante le crisi diventano più rare, tuttavia, di fronte ad
un’epilessia conclamata, le sole indicazioni attuali riguardano gli
antiepilettici.
- Sentiamo anche le opinioni dei colleghi.
-
- Prof PierLuigi Meroni
-
- Giusto, si devono seguire prima le strade certe
e poi, in casi resistenti o gravi si può tentare l’uso di anticoagulanti o
antiaggreganti.
- Parafrasando quanto detto a Sidney nel novembre
2004, quando si sono rivisitate le manifestazioni cliniche, l’associazione
tra epilessia e anticorpi anti-fosfolipidi è molto suggestiva, ci sono
parecchi lavori e gruppi che l’hanno provata. E’ altrettanto vero che
l’epilessia compare frequentemente anche in altre malattie autoimmuni
sistemiche, come il lupus. Siamo dunque probabilmente sulla strada giusta
nel pensare ad una associazione tra epilessia e anticorpi anti-fosfolipidi
ma questo non vuol dire che tutte le epilessie possano essere spiegate con
gli anticorpi anti-fosfolipidi né che un’epilessia possa diventare elemento
per far diagnosi di sindrome da antifosfolipidi.
- Dal punto di vista terapeutico, prima si
utilizza ciò che si sa che funziona e, nel caso non basti, si tenteranno
strade diverse come quella degli anticoagulanti o degli antiaggreganti.
-
- Dottoressa Monica Galli
-
- Posso aggiungere a questo che l’unica
situazione in cui l’epilessia può giovarsi di un antitrombotico è quella in
cui la causa sia riconducibile ad un evento vascolare ischemico cerebrale,
che per qualche ragione dà una manifestazione di sé di tipo epilettico. In
questo caso il trattamento antitrombotico è fondamentale
-
-
-
Un punto importante è quello
della gestione della terapia con warfarin e dell’instabilità dell’INR che,
ci viene spesso ricordato, sembra soggetto a maggiori variazioni nelle
persone con antifosfolipidi rispetto alle altre. Vorremmo conoscere la
vostra opinione su questo aspetto e sapere se realmente gli anticorpi
anti-fosfolpidi possono influenzare i test per l’INR
-
- Prof Angela Tincani
-
- E’ assolutamente vero, ma è anche una questione
di reagenti che si usano e qui chiedo alla Dottoressa Galli, molto più
esperta in questo, di intervenire
-
- Dottoressa Monica Galli
-
- E’ stato un problema reale fino ad alcuni anni
fa, soprattutto con alcuni reagenti di laboratorio usati per determinare il
PT/INR. Alcuni tra questi, in particolare uno di tipo ricombinante, erano
particolarmente sensibili alla presenza di anticoagulante lupico (LAC) e
questo portava ad una sovrastima del livello di anticoagulazione. In altre
parole, usando quel reagente, si avevano dei valori più alti di PT/INR
rispetto a quelli ottenuti con altri reagenti, e questo poteva portare ad
una riduzione, potenzialmente pericolosa, della quantità di anticoagulante
somministrato.
- Ci è resi conto del problema e questi reagenti
sono stati modificati, in modo che adesso la loro sensibilità al lupus
anticoagulante è analoga a quella della maggior parte dei reagenti, e di
fatto il problema non esiste più se non in situazioni sporadiche.
- Ci sentiamo di dire, quindi, che questo non
rappresenta più un ostacolo, ma lo è certamente stato.
-
-
-
Grazie. Nella nostra
esperienza esiste, nei diversi Centri Trombosi, una scelta di intervallo
terapeutico correlato con il tipo di trombosi qualunque ne sia la causa.
-
Ci sono tuttavia dei casi che pongono
interrogativi in merito all’opportunità di mantenere un range terapeutico
mediamente più alto nelle persone con APS. Questo è un atteggiamento
condiviso da alcuni centri italiani e soprattutto da alcuni non italiani.
- Alla fine ci
si trova quindi di fronte a target di INR diversi in persone con trombosi
simili,
- con
l’impressione che anch’esso possa dipendere dallo specialista che prescrive
la terapia anticoagulante e che sceglie in base alla propria esperienza.
- C’è
modo di oggettivare un target terapeutico oppure anche in questo caso è più
utile
-
affidarsi al giudizio del singolo specialista?
-
- Prof Angela Tincani
-
- Ci sono alcune cose più chiare ed altre meno.
Una di esse, chiarita dal lavoro dei colleghi di Bergamo e di quelli
canadesi è che, per quanto riguarda le trombosi venose, l’INR dovrebbe
essere quello che si usa anche in altre circostanze, tra 2 e 3. Non c’è
accordo oggettivo su quello che si deve fare in caso di trombosi arteriose.
Questo è venuto fuori con chiarezza anche durante questo
- Congresso; non possiamo dunque dare, in base a
quanto ascoltato fino ad oggi, indicazioni precisissime.
-
- Prof PierLuigi Meroni
-
- Uno dei suggerimenti venuti fuori già da
Taormina (X Congresso Internazionale, ottobre 2002) è di adattare la
terapia in base alle singole situazioni. Ad esempio persone con altre
manifestazioni di autoimmunità sistemica possono avere un rischio maggiore.
Questi pazienti probabilmente devono essere trattati in modo un po’ più
aggressivo, si deve essere un po’ più severi in merito ai valori di INR.
Altri che non manifestano problemi clinici che potrebbero aumentare il
rischio di trombosi, in particolare arteriose, possono seguire terapie meno
aggressive.
- E’ necessario quindi distinguere le diverse
situazioni e regolarsi in base al contesto; è difficile schematizzare quello
che si deve fare.
-
- Dottoressa Monica Galli
-
- Concordo con
quanto detto, soprattutto nella gestione degli eventi trombotici arteriosi
- Ad esempio la
Federazione Italiana dei Centri per il controllo della terapia
anticoagulante propone una scoagulazione con lo stesso INR – tra 2 e 3 –
sia dopo un primo evento venoso sia dopo il primo evento arterioso. Questo
basandosi sull’esperienza di alcuni studi che hanno dimostrato in generale
l’efficacia di questa intensità di scoagulazione per prevenire un secondo
evento venoso o arterioso.
- E’ però vero che
gli studi sui quali si basa questa indicazione hanno incluso soprattutto
persone con trombosi venose piuttosto che arteriose, quindi un certo grado
di incertezza esiste ancora.
-
-
-
Nelle forme primitive di APS,
cioè in quelle situazioni in cui non ci sono altre manifestazioni autoimmuni
oltre a quelle derivanti dagli antifosfolipidi, uno dei timori più frequenti
è quello di sviluppare poi il LES o un’altra malattia sistemica
-
- Prof PierLuigi Meroni
-
- Direi che è una paura relativamente infondata.
A distanza di ormai 10-15 anni (questi sono i follow up più lunghi in
letteratura) avere una forma cosiddetta primitiva non significa essere
necessariamente nell’anticamera di un lupus o di altre malattie sistemiche.
Così come avere una tiroidite autoimmune non vuol dire necessariamente che
dopo anni si svilupperà un’altra malattia. E’ vero che se il sistema
immunitario ha sbagliato una volta potrebbe essere predisposto a sbagliare
di nuovo, ma non necessariamente si ripete quella coincidenza di fattori
scatenanti per lo sviluppo dell’autoimmunità a livello clinico.
- Per avere
manifestazioni cliniche di malattia sono infatti necessari diversi fattori –
il Prof Shoenfeld parla di un mosaico – e per ottenere la figura del mosaico
sono necessarie molte tessere, non bastano due, tre o quattro per ottenere
l’immagine di insieme.
- La maggioranza di persone con forme primitive
tende quindi ad essere stabile. Può presentare al massimo qualche elemento
di autoimmunità sistemica, che difficilmente evolve in un lupus attivo o
conclamato. Tuttavia resta la possibilità per alcuni di essi di avere
sintomi anche dopo molti anni; stiamo facendo uno studio in questo senso con
la Professoressa Tincani per vedere se è possibile individuare qualche
marcatore, qualche esame di laboratorio che sia predittivo.
- Il problema è che per un follow up di questo
tipo saranno necessari parecchi anni
-
- -
Questo vale anche per la patogenicità degli anticorpi
anti-fosfolipidi? Cioè quali autoanticorpi fanno danno e quali sono invece
innocui?
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- Mi piacerebbe poter dare una risposta in pochi
anni, ma per ora non siamo in grado di farlo.
- Questo è l’attuale obiettivo, capire quale è
l’anticorpo “cattivo” e quale quello non in grado di fare danni. Possiamo
già dire che determinati anticorpi, come gli anti-beta2, sembrano in modelli
sperimentali più aggressivi degli anticardiolipina.
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- - Ci
sembra di capire anche gli anticorpi identificati dal LAC
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- Il LAC identifica un fenomeno di laboratorio:
l’allungamento del tempo di coagulazione.
- Due tipi di autoanticorpi sembrano essere in
grado di determinare il LAC: gli anticorpi anti-protrombina e gli anticorpi
anti-beta2 glicoproteina I.
- I primi rappresentano circa 2/3 dei casi di LAC
e gli anti-beta2 un terzo soltanto. Tuttavia quest’ultimi sarebbero più
strettamente associati alle manifestazioni cliniche della sindrome.
- Vi sono dati preliminari a favore del fatto che
sarebbe possibile distinguere i LAC da anti-beta2 da quelli da
anti-protrombina e quindi poter avere dei test più predittivi. Occorre
tuttavia attendere una conferma di questi dati iniziali.
- Al momento attuale non abbiamo indicazioni
definitive, ma come messaggio finale riguardo agli esami di laboratorio
possiamo dire che:
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1)
Maggiore è il numero di test positivi maggiore è il rischio
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2)
Gli anticorpi anti-beta2 glicoproteina I sembrano i più aggressivi
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